"L'operazione 'Polaris' fu portata a termine senza grossi problemi, le due misteriose casse vennero adeguatamente conservate a bassissima temperatura nella stiva del sommergibile Victoria cosicché il loro prezioso contenuto si preservasse da un inopportuno deterioramento. Tutto filò talmente liscio che addirittura non sembrò poi essere così inverosimile l'idea di un ritorno a casa per l'ora di cena. Purtroppo, quando ormai si pensava di essere al sicuro, fece capolino dall'orizzonte un minaccioso vascello nemico che non impiegò più di tanto prima di scovarci e bombardarci con le bombe di profondità. Uno di questi ordigni esplose a poche decine di metri dal nostro scafo causando pertanto degli ingenti danni al sottomarino. A causa dell'intenso bombardamento subito, andò in corto anche l'impianto elettrico che da lì a poco innescò a sua volta un incendio che coinvolse l'intera poppa del sommergibile, proprio dove era stato stipato il misterioso carico recuperato sulla terraferma. Fu, però, quando la temperatura delle stive iniziò ad aumentare che la situazione volse decisamente al peggio..." Queste le battute iniziali di "Prisoner Of Ice", un’interessante avventura grafica ispirata ad uno dei più affascinanti racconti di H.P. Lovecraft: "Alle Montagne della Follia". Il gioco, come la stessa opera letteraria da cui trae ispirazione, si rifà a ciò che viene definito come il "Ciclo di Cthulhu": una serie di narrazioni aventi come sfondo comune le leggende ed i culti legati agli inquietanti "Grandi Antichi", una malefica razza di antichissime divinità quiescenti che per prime hanno regnato sulla Terra. Il più noto di questi esseri abominevoli è per l'appunto “Cthulhu”: una sorta di gigantesco e mostruoso cefalopode munito di ali, artigli e testa tentacolata! In "Prisoner Of Ice" impersoniamo il tenente Ryan: un agente americano in servizio sul "Victoria", un sottomarino di ritorno da una delicata missione segreta in Antartide. La storia è ambientata nel 1937 ed inizia poco dopo il salvataggio di un giovane esploratore norvegese ed il recupero di un misterioso carico. Il viaggio di ritorno verso la madrepatria si trasformerà ben presto in una vera e propria odissea e, come se tutto ciò non bastasse, verremo catapultati, nostro malgrado, in una serie di vicende al limite della realtà, dove l'orrore, l'occultismo e il sovrannaturale si amalgamano sapientemente in una delle migliori trame mai escogitate per questo genere di videogiochi.
Il gioco, naturalmente, si governa come ogni altra avventura grafica basata sul classico sistema punta e clicca ereditato dal celebre "Maniac Mansion": in pratica col solo ausilio del mouse spostiamo il nostro alter ego in lungo e in largo per lo schermo ed effettuiamo tutte quelle azioni necessarie per venire a capo degli enigmi che sistematicamente ci si parano davanti. Al contrario di quanto avveniva nel summenzionato classico della Lucasfilm, non vi è alcun verbo da selezionare poiché l'intera interfaccia di controllo è incentrata semplicemente sull'impiego dei pulsanti del mouse. Col pulsante sinistro dialoghiamo con i personaggi, attiviamo meccanismi, leve, interruttori ed utilizziamo e raccogliamo gli oggetti disseminati per lo scenario, mentre col destro osserviamo ed esaminiamo i vari elementi che costituiscono ciascuna ambientazione, almeno quelli che vengono identificati dal passaggio del puntatore. L'inventario, a differenza del sopraccitato classico, non è sempre presente nella videata principale, ma al contrario deve essere richiamato portando il puntatore nella parte superiore dello schermo. Per utilizzare un oggetto basta semplicemente trascinarlo sull'elemento con cui vogliamo farlo interagire, sullo stesso Ryan nel caso ci riguardi direttamente. Risolvendo gli enigmi che via via ci vedranno coinvolti, accederemo a nuove situazioni ed assisteremo alla progressiva evoluzione della vicenda. Proprio sul dispiegamento dell'avventura occorre fare qualche piccola considerazione, nel senso che il gameplay, alla fin fine, pecca di una certa linearità di fondo e risulta essere fin troppo punitivo in più di una circostanza, sebbene in frangenti ben delimitati. Talvolta, inoltre, non mancherà la sgradevole sensazione di essere stati lasciati a noi stessi senza la benché minima idea di quale oggetto possa mai servire per risolvere un particolare problema o dove mai possa trovarsi. I puzzle, come premesso, sono basati per lo più sulla manipolazione dell'inventario ed in misura minore sull'acquisizione di poche informazioni, di tanto in tanto, non mancherà anche qualche fugace passaggio in cui dovranno essere risolti tempestivamente, così da scongiurare tra l'altro anche la stessa dipartita del protagonista.
Anche per quanto riguarda gli enigmi bisogna spendere qualche parola in più, poiché non sarà raro, ad esempio, dover tornare sui nostri passi in cerca di un oggetto o comunque di un particolare dello scenario materializzatosi misteriosamente a seguito di un ben preciso evento, una soluzione tutt'altro che realistica che contrasta con la logica che vedrebbe tali particolari presenti fin dalle prime battute del gioco per poi essere utilizzati al momento più opportuno. In altre circostanze, inoltre, saremo costretti a perlustrare sistematicamente ogni singola stanza nel tentativo di scovare alcuni particolari francamente microscopici, fermo restando che non mancherà nemmeno il classico rompicapo illogico di cui non avremo la benché minima idea su come affrontarlo. Queste considerazioni, comunque sia, non vogliono sminuire in alcun modo le potenzialità e la bontà di questa realizzazione, più che altro intendono far luce sulle ragioni per cui non sia stata annoverata nell'olimpo dei capisaldi del genere, ribadendo, ad ogni modo, che molte di queste critiche potrebbero benissimo essere estese anche ad alcuni di essi. Tecnicamente, "Prisoner Of Ice" se la cavava piuttosto bene per i tempi, la grafica sfoggiava delle ambientazioni indubbiamente dettagliate che facevano un buon uso delle capacità cromatiche dei PC dell'epoca. Le animazioni erano per lo più curate e fluide, così com’erano ben realizzati anche tutti gli effetti speciali a contorno del gioco. La resa del comparto grafico poteva essere ulteriormente migliorata lanciando il gioco in modalità super VGA. La colonna sonora che ci accompagnava durante l'avventura non era da meno, le musiche, così come tra l'altro gli effetti sonori, contribuivano non poco a calare il giocatore nella misteriosa ed inquietante atmosfera del gioco, nonostante il doppiaggio della localizzazione italiana soffrisse di una qualità decisamente scadente. Tirando le somme, pur non eccellendo in senso assoluto e nonostante i sopraccitati limiti, nonché la sua longevità indiscutibilmente limitata, “Prisoner Of Ice” rimane pur sempre un'avventura piuttosto godibile che può vantare al proprio arco uno dei migliori concept horror mai ideati per questo genere di prodotti. Un titolo, concludendo, che mi sento di consigliare a tutti gli appassionati di tali storie e più in generale a tutti gli amanti di questa categoria di videogiochi. Edizione italiana, il link:
Download Prisoner Of Ice CD (Italiano)
N.B: Il gioco può essere avviato solamente dal suo cd-rom. Digitando ICE320 utilizzeremo la risoluzione standard del DOS, mentre con ICE640 sfrutteremo la più appagante SVGA. Sul disco fisso verranno memorizzati solamente i salvataggi e le informazioni relative alla sua configurazione.
Pubblicato da
Bert,
venerdì 5 agosto 2011.














2 Commenti:
Se non sbaglio doveva far parte di una trilogia: Shadow of the Comet; il famoso Alone in the Dark e questo
beh... considerando i seguiti di Alone siamo ben oltre la trilogia, l'unico legame di cui sono a conoscenza riguarda il solo Shadow Of The Comet. Comunque nulla ci vieta di considerarli come ci pare... ;-)